Solarpunk: una visione per un futuro sostenibile
In un mondo minacciato dal collasso ecologico e dal predominio delle multinazionali, il solarpunk offre una visione alternativa del futuro, fatta di resilienza, cooperazione e armonia con la natura. È un genere che supera il cinismo distopico per volgersi agli ideali del sognatore e del costruttore, e alla speranza.
Oggi, quindi, prendiamo in esame questo genere, che si misura con le sfide del nostro tempo.
Questo è il solarpunk: la filosofia del sognatore.
L’essenza del solarpunk
Al centro del solarpunk c’è un’idea semplice: la tecnologia può rafforzare il nostro legame con la natura, anziché distruggerlo.
La tecnologia in questi mondi futuri è avanzata, ma si inserisce in società che mettono al primo posto sostenibilità, decentralizzazione e giustizia sociale.
Sono i personaggi del solarpunk — scienziati, artisti, ingegneri e attivisti — a svelare i segreti del ripristino ecologico e del cambiamento guidato dalla comunità, superando le sfide poste dalla distruzione ambientale, dal cambiamento climatico e dalla guerra.
Agiscono come visionari e costruttori, dimostrando che, anche di fronte a una crisi ambientale, un futuro con la natura è possibile.
Ma prima di esplorare questi temi, ripercorriamo la storia del genere.
Parte 1: La storia del solarpunk
Per certi versi, il solarpunk ebbe inizio negli anni ‘70, quando il movimento ambientalista attirò un’ampia attenzione mediatica. Le crisi petrolifere, i disastri causati dall’inquinamento e il dibattito sul cambiamento climatico alimentarono una crescente consapevolezza dell’impatto dell’umanità sul pianeta. Il problema dell’estinzione delle specie animali assunse maggiore rilevanza, insieme ai danni arrecati dall’umanità allo strato di ozono.
La fantascienza degli anni ‘70 si concentrava spesso su queste conseguenze distopiche: guerra nucleare, rovina ecologica e dominio delle multinazionali. Ma accanto a queste visioni cupe, stava prendendo forma un movimento più silenzioso, che immaginava un futuro in cui l’umanità avrebbe potuto vivere in equilibrio con la Terra.
Negli anni ‘80 e ‘90 si affermò il cyberpunk, che indagava come il potere incontrollato delle multinazionali e la tecnologia potessero portare alla disuguaglianza, al collasso ambientale e all’alienazione. Ho parlato del cyberpunk in un video precedente.
Tuttavia, il cyberpunk proponeva raramente soluzioni: ci metteva in guardia dai problemi, ma lasciava la ribellione in una zona moralmente grigia. Al contrario, il solarpunk emerse come risposta al cyberpunk, offrendo non solo una critica, ma un progetto per un mondo migliore.
Il termine «solarpunk» fu coniato nel 2008 in un post di blog intitolato From Steampunk to Solarpunk, in cui un autore anonimo parlava della MS Beluga Skysails, la prima nave al mondo alimentata in parte da aquiloni controllati da computer. La parola stessa fonde Solar — che simboleggia l’energia rinnovabile e la consapevolezza ambientale — con Punk, che rappresenta la resistenza ai sistemi oppressivi e l’impegno per un cambiamento dal basso.
Un anno dopo, l’addetto stampa letterario Matt Staggs presentò il Manifesto GreenPunk, che condivideva idee simili. Immaginava il GreenPunk come un movimento incentrato sull’azione individuale come motore del cambiamento ecologico e sociale.
Rifiutando il romanticismo dello steampunk ma condividendone l’apprezzamento per una tecnologia accessibile, lo descrisse come un mondo in cui le masse si riappropriano della cultura del consumo per risanare l’ambiente e affrontare le sfide sociali.


Nel 2014, l’artista visiva Olivia Louise sviluppò queste idee attraverso opere d’arte condivise su Tumblr, definendo le basi estetiche del solarpunk al di là della sola letteratura. Immaginò un futuro ispirato a un’Art Nouveau rivisitata e al design vittoriano ed edoardiano, in cui convivono energia sostenibile, alfabetizzazione tecnologica e una rinascita dell’artigianato.
Nella sua visione:
- Colori naturali e influenze Art Nouveau
- Oggetti fatti a mano e artigiani esperti
- Tram, dirigibili e pannelli solari in vetro colorato
- Educazione dei bambini sia alla tecnologia sia alla coltivazione del cibo
- Un passaggio dal capitalismo delle multinazionali alle piccole imprese
- Tetti verdi, orti comunitari e città alimentate da energie rinnovabili
- Strade pedonali fiancheggiate da negozi indipendenti
- Un connubio di sostenibilità, tecnologia e design mozzafiato
Con queste idee, il solarpunk offre più di una semplice estetica: propone un’alternativa concreta e ottimistica ai futuri distopici, auspicando un mondo in cui tecnologia e natura prosperino insieme.
L’ascesa della letteratura solarpunk negli anni 2010
Negli anni 2010, una nuova ondata di scrittori e artisti si mostrò sempre più insofferente verso l’ossessione della fantascienza distopica per il collasso inevitabile. Autori come Becky Chambers, Kim Stanley Robinson e Cory Doctorow iniziarono a immaginare futuri in cui l’umanità si impegnava attivamente a risanare il pianeta anziché sfruttarlo. Le loro storie, ben presto riconosciute come parte del genere solarpunk, fondevano temi quali le energie rinnovabili e la ribellione dal basso, opponendo visioni di cambiamento sistemico all’immobilismo delle multinazionali e della politica.
The Ministry for the Future (2020; in italiano Il ministero per il futuro) di Kim Stanley Robinson incarna molti di questi ideali. Ambientato in un futuro prossimo, il romanzo racconta uno sforzo globale per contrastare il cambiamento climatico attraverso l’innovazione tecnologica, le riforme politiche e l’attivismo dal basso. Anziché limitarsi a descrivere la catastrofe, propone soluzioni praticabili, rafforzando la convinzione che una trasformazione su larga scala non solo sia necessaria, ma anche realizzabile attraverso l’azione collettiva.
Anche The Lost Cause (2023) di Cory Doctorow abbraccia i temi solarpunk nel descrivere un mondo alle prese con la crisi climatica. Ambientato fra tre decenni, il romanzo segue la storia d’amore di due giovani attivisti in un’era di profondi cambiamenti. Imponenti progetti di energia pulita prosperano, le operazioni di soccorso in caso di calamità sono diffuse e milioni di persone vengono formate ogni anno per far fronte a inondazioni e tempeste estreme. Eppure, la resistenza persiste: alcuni americani si aggrappano alla nostalgia, spinti dalla disinformazione e dal risentimento, rifiutando la realtà del cambiamento climatico.
Un altro esempio chiave è A Psalm for the Wild-Built (2021; in italiano Un salmo per il robot) di Becky Chambers, che esplora un futuro solarpunk da una prospettiva più pacata e filosofica. Ambientata in un mondo in cui l’umanità ha scelto un percorso sostenibile, la storia segue un monaco del tè che intraprende un viaggio alla scoperta di sé, per poi imbattersi in un robot senziente, uno dei tanti che secoli prima si erano ritirati nella natura selvaggia. Il romanzo affronta i temi dell’equilibrio, della curiosità e della ricerca di significato in un mondo che ha imparato a vivere in armonia con la natura anziché dominarla.
La filosofia del sognatore
Il fascino del solarpunk va oltre la semplice tecnologia verde o i rigogliosi paesaggi urbani: è la filosofia del sognatore a guidare il genere. In un mondo in cui la catastrofe ambientale sembra spesso inevitabile, il solarpunk si rivolge ai visionari, agli idealisti e ai ribelli, non perché abbiano tutte le risposte, ma perché si rifiutano di smettere di cercarle.
Quella del solarpunk è una filosofia di controcultura, ma non nel senso nichilista del cyberpunk o dello steampunk. Rifiuta l’avidità delle multinazionali, la dipendenza dai combustibili fossili e l’isolamento sociale, per sostituirli con soluzioni locali, energie rinnovabili e comunità interconnesse. Queste opere ci ricordano che, anche in un mondo danneggiato dagli errori del passato, c’è ancora spazio per la resilienza, per l’azione e per la speranza.
L’estetica del mondo solarpunk
Nei media visivi, il solarpunk si distingue per una fusione tra natura e tecnologia, dove tetti verdi, pannelli solari e giardini verticali dominano lo skyline delle città. Mentre il cyberpunk si crogiola nelle luci al neon e nelle strade bagnate dalla pioggia, il solarpunk abbraccia paesaggi inondati di sole, orti comunitari e dirigibili a energia eolica. L’estetica è una sintesi di Art Nouveau, stile vittoriano e design moderno: città che sembrano vive, non solo per le persone che le abitano, ma anche per le piante e gli ecosistemi a cui danno nutrimento.
Una delle rappresentazioni più iconiche dell’estetica solarpunk nel cinema è Nausicaä della Valle del Vento di Hayao Miyazaki (1984). Sebbene preceda la nascita del termine «solarpunk», il film ne incarna gli ideali: un mondo post-apocalittico in cui la natura si riappropria dei propri spazi e la protagonista, Nausicaä, cerca l’armonia con l’ambiente anziché il dominio su di esso. Le opere successive di Miyazaki, come Il castello nel cielo e Il mio vicino Totoro, esplorano più a fondo temi come l’equilibrio ecologico, le comunità decentralizzate e una tecnologia che coesiste con la natura anziché sostituirla.

La filosofia della rigenerazione
Il solarpunk è uno dei primi sottogeneri a concentrarsi sulla rigenerazione, ovvero l’idea che l’umanità possa non solo smettere di danneggiare il pianeta, ma anche risanarlo attivamente. Questa filosofia si contrappone al transumanesimo del cyberpunk, che punta spesso al superamento dei limiti del corpo umano attraverso la tecnologia. Il solarpunk, invece, si chiede: e se la nostra evoluzione non consistesse nel lasciarci alle spalle la natura, ma nell’abbracciarla più pienamente?
Quello solarpunk è un mondo di simbiosi, di individui che usano la tecnologia non per dominare, ma per rigenerare. Le città diventano giardini, l’energia viene ricavata dal vento e dal sole, e l’architettura è modellata da forme naturali piuttosto che da rigidi blocchi di cemento. Sul piano tematico, ciò significa dare priorità alle comunità locali e resilienti rispetto al controllo globalizzato delle multinazionali. Significa anche ripensare il progresso: non come crescita sfrenata, ma come sostenibilità e rinnovamento.
Uno degli esempi più straordinari dei temi solarpunk in letteratura è The Dispossessed (1974; in italiano I reietti dell’altro pianeta) di Ursula K. Le Guin. Sebbene sia stato scritto decenni prima che il movimento solarpunk prendesse piede, presenta un’utopia anarchica in cui le persone vivono in equilibrio con risorse limitate, privilegiando la cooperazione rispetto alla competizione. Le Guin ci sfida a riconsiderare il significato di «progresso» e ci esorta a immaginare futuri non dettati dal capitalismo, ma dall’aiuto reciproco e dalla responsabilità ecologica.




Il solarpunk in architettura
Il genere solarpunk ha avuto un impatto significativo come parte di un movimento architettonico più ampio che punta a integrare la natura e le forme create dall’uomo.
Attualmente, l’esempio stilisticamente più vicino all’architettura solarpunk potrebbe essere la Città Giardino di Singapore: un’iniziativa politica introdotta da Lee Kuan Yew nel 1967 per trasformare la città, densamente popolata, in un ambiente urbano ricco di vegetazione.
Negli ultimi anni, l’architettura di Singapore ha prodotto decine di progetti straordinari che evocano l’etica del solarpunk: i Supertree Groves, la Cloud Fountain, il Jewel Changi Airport e il Marina Bay Sands ne sono solo alcuni esempi di spicco. Tali progetti fanno regolarmente parlare di sé sul subreddit solarpunk, con reazioni di segno diverso; alcuni utenti hanno espresso per la città un elogio con riserva, riassunto nello slogan: «Singapore senza auto = solarpunk».
Tra gli altri esempi internazionali ci sono città con pareti verdi e giardini verticali sui grattacieli, un movimento di per sé in continua crescita. A Sydney, in Australia, Central Park si distingue come uno spazio unico nel centro della città: i suoi giardini verticali sono stati tra i primi al mondo.
I sistemi di pareti verdi forniscono un’ombreggiatura organica. Viene riflesso meno calore, il che a sua volta riduce le temperature urbane. Garantiscono efficienza e risparmio energetico grazie al loro isolamento termico: una riduzione del consumo di energia per il raffreddamento. Emettono ossigeno, assorbono CO2 e catturano le particelle inquinanti, migliorando la qualità dell’aria nelle città.
Solarpunk: rivoluzione o fantasia utopica?
Come genere, il solarpunk non è stato risparmiato dalle critiche. La principale tra queste è l’accusa di essere troppo idealistico, di dipingere un quadro irrealistico di ciò che si può ottenere di fronte all’avidità delle multinazionali e all’inerzia politica. Alcuni sostengono che sottovaluti la difficoltà del cambiamento sistemico, offrendo una visione che sembra più un pio desiderio che una vera e propria via da seguire.
Eppure questa critica non coglie il punto. Il solarpunk non sostiene che il futuro sarà facile: insiste sul fatto che vale la pena lottare per un mondo migliore. Respinge l’idea che la distopia sia il nostro unico destino e ci sfida a immaginare passi concreti verso una società più giusta e sostenibile.
A differenza del cyberpunk, che spesso abbraccia il cinismo, il solarpunk riconosce le difficoltà ma rifiuta di cedere alla disperazione. Ci ricorda che la ribellione non consiste solo nell’abbattere i vecchi sistemi, ma nel costruire qualcosa di meglio al loro posto.
Mentre entriamo in un’era di crisi ambientale e accelerazione tecnologica, caratterizzata dall’estinzione degli insetti, dalla desertificazione, dalla deforestazione, dall’inquinamento, dal deterioramento della qualità dell’aria e dalle microplastiche nelle nostre città, il messaggio del solarpunk appare più attuale che mai. Ci esorta non a criticare il mondo così com’è, ma a immaginare — e creare — quello che potrebbe essere.